Conduci te stesso alla tua stessa consapevolezza e scoprirai che potrai finalmente svuotarti da tutto ciò che sei, per fare spazio all'incommensurabile. Siedi pertanto su di una panca, su di una sedia, sul bordo di un divano o su di un lato del tuo letto. Poni delicatamente le mani sulle tue ginocchia e socchiudi i tuoi occhi, tremolanti e frenetici per il tumulto interiore di proiettare già quello che dovresti fare. Ascolta attentamente il pensare, colui che crea te stesso che pensa, la parola ed il dialogo tra le varie parti di te stesso, il censore che proietta il compiuto ed il giudice che indica la volizione, la condanna o l'assoluzione. Osserva le immagini che caoticamente sovvengono senza senso, messe lì a caso, proiettate reiteratamente ed abilmente per occupare ogni tuo spazio e rimani con una immensa ed intensa attenzione, come se stessi vedendo un fiume in piena che esonda da ogni parte. Se lasci che tutto accada senza intervenire, senza lasciarti trascinare, senza operare intenzionalmente o volutamente controllo, scoprirai che non c'è separazione alcuna tra il vedere ed il visto, che non c'è distanza tra questo e quello, ma c'è un tutto che contiene questo nulla ed un nulla che non è più alcuna cosa, che è il tutto stesso dal quale ti eri separato.
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Una vita intera di lotte ci separa, ci sfida e ci divide, ma un istante, un barlume appena, fulmineo e fugace, ci può davvero riunire per sempre.
Che cosa ci si aspetta dal futuro? Successo, fortuna, benessere, felicità, ricchezza, prestigio, illuminazione, pace, realizzazione. Che cos'è però l'oggi per noi? Sacrificio, dolore, flebile piacere, rinuncia, conflitto, contraddizione, sofferenza, ansia, disordine, pianto, desiderio, violenza, ambizione.
Il conflitto può mai raggiungere la felicità?
La guerra può attraversare le molte lotte per giungere alla pace?
O pace sarà il nome assegnato al miraggio, alla paura, all'obbedienza ed alla sottomissione?
Che cos'è è stato invece ieri?
Un movimento non molto dissimile dall'oggi, non è vero?
L'apparente certezza della speranza è davvero un male incurabile ed è un appiglio comodo, confortante e certo, ma molto doloroso per chi si rifugia e vive morendo nei suoi angoscianti tormenti che produce interiormente. Se il futuro è in pratica lo ieri che attraversa l'oggi, allora non c'è ieri o domani, c'è solamente oggi ed è quell'oggi che è importante, non ciò che è accaduto o ciò che accadrà; per tale motivo un uomo davvero responsabile non vive mai aggrappandosi ai ricordi o alle speranze, non separa mai sé stesso da ciò che è stato, da ciò che è e da ciò che sarà, ma semplicemente vive, attimo dopo attimo, senza il rimpianto del prima, senza l'illusione del dopo e senza direzionare e disciplinare l’agire con il costante controllo ed il giudizio di sé stesso.
Aveva indossato un costume elegantissimo da damigella di corte, antichissimo e scintillante di azzurrite, con ricami ricercati ed una livrea di pizzo rivoltata che completava accuratamente il bordo vellutato della lunghissima gonna; pronta dunque per una nuova giornata di lavoro nella quale mostrarsi con un abito differente da quello che aveva già però addosso senza saperlo, condivideva quell’apparire imposto con l'identica radice dell'inconsistenza. Guanti bianchi ed una maschera impreziosita da glitter, raffigurante arlecchino, decoravano la posa figurativa che avrebbe mantenuto per diverse ed estenuanti ore. Non era molto alta, sembrava in effetti una bambina dai lunghissimi e rilucenti boccoli biondi, ma in realtà tolta quella parrucca ed il vestito medievale, era un uomo trasandato, grasso, eroso dalle tante immobilità forzate, non solamente quella della mente, bensì da quelle agonizzanti del corpo: soleva infatti stare ore intere senza muoversi assumendo posizioni bizzarre e fantasiose, mentre un cesto ai suoi piedi avrebbe ripagato la sua capacità di fermezza assoluta mostrata a quegli umani che nel notarlo lo deridevano, lo infastidivano, lo guardavano con curiosità, scherno o con una finta pietà; oppure lo fissavano per valutare la sua abilità, sperando che qualcuno di loro dalla massa delle piazze, prima o poi gli avrebbe concesso alla fine una moneta o una banconota. Comunque non erano per niente cattivi quei guadagni: negli spiazzali scelti con cura, affollati dai tanti turisti, tre ore di impegno a non muoversi affatto potevano paradossalmente fruttare anche più di cento lauti euro.
Siamo davvero molto strani noi umani che abbiamo fatto del lavoro la nostra principale miseria: c'è chi si adopera incessantemente in tutti i modi per un intero giorno per guadagnare a stento e forse solo la metà, chi si prostituisce per scelta o per necessità ed in poche ore raccoglie il quintuplo di quella statua vivente, il facoltoso ed il potente che ricavano la stessa cifra ogni secondo e chi dalla povertà assoluta dell'avere quasi niente, non percepisce forse nemmeno quel minimo indispensabile per sopravvivere. Quel giorno di quel viale ampi drappi bianchi venivano stesi a terra proprio ai suoi lati, ma non erano per lei, erano le bancarelle degli extracomunitari che vendevano merce contraffatta di ogni tipo: anche loro avevano la loro abilità da vendere attraverso quel lavoro nomade ai bordi di quella società che non li avrebbe mai accettati, se non per comprare qualcosa lì per un buon affare personale, sempre lontano però da occhi indiscreti.
Abbiamo incentrato tutto sul guadagno, individuando sull'accumulo di ricchezze e sul lavoro organizzato, imposto ed obbligato per ottenerle, la possibilità di essere liberi un giorno dal martirio del fare sempre le stesse cose, molte delle quali addotte senza scelta. Il saper ed il dover guadagnare attraverso lo sforzo, il lavoro, il sacrificio e l'ambizione, sono divenuti così negli infiniti oggi figli dei tanti ieri, il prezzo da pagare per sentirsi liberi forse nel traguardo del domani. Poiché il sempre più lontano obiettivo di questa libertà è costernato da costanti e logoranti attività reiteranti, dalle quali ci distacchiamo per reazione, denominiamo questo temporaneo allontanamento vacanza, ovvero riposo, alternando il truce metodo della meccanica conformità al fugace riposo per ritemprarci: ma è davvero riposo?
Che cos'è il riposo?
Noi conosciamo il riposo fisico, ma c'è riposo mentale?
Imporsi di riposarsi mentalmente, cercare di non pensare a niente, distrarsi da ciò che abitualmente si compie, cercare di rilassarsi attraverso la musica o altro, è riposo?
Il riposo psicologico non c'è solamente quando la mente non è più assorbita dal pensare?
Tentare di non pensare per riposarsi non significa controllare il proprio pensiero per valutare costantemente se è in essere o meno la quiete?
Il controllore non è forse l'attività stessa del pensare?
Il controllore non è ciò che si vuole controllare?
Ascoltare il rumore del pensiero è riposo. Osservare il suo movimento senza intervenire è riposo. Solamente una mente riposata pertanto è fresca. Prendere un sonnifero, drogarsi, bere o distrarsi andando a messa, a donne o in vacanza da qualche parte, non è forse mettere una pausa e ritrovarsi dopo allo stesso punto di partenza?
Che significa inoltre andare in vacanza?
Vacanza deriva dal latino vacare, ovvero svuotare, essere liberi, fare spazio nella mente: quando andiamo in vacanza, reagendo al tumulto del pensiero, facciamo davvero spazio nella nostra mente?
Oppure essa mette da parte il pensare abituale sostituendo questa occupazione con un altro pensare, altri motivi, altre ricercate cause, nuove occupazioni che diventano così nuove abitudini, che riportano l'essere ad un diverso stato di meccanicità?
Una mente occupata non può essere mai libera. Una mente prigioniera del pensare è schiava di sé stessa, non riesce a riposare, non è quieta e senza quiete non c'è silenzio e senza silenzio interiore non c'è spazio; senza spazio, non c'è libertà e senza libertà non c'è sensibilità, purezza e bellezza. Se ci si osserva dentro con molta cura ed attenzione, ovvero da quella profonda solitudine che ha sedato inconsapevolmente il rumore del censore, sovviene l'intensità eccelsa dell'imparare, dalla quale si può vedere chiaramente come è straordinariamente forte questa pulsione incontrollabile di essere liberi, ordinati, confermati, migliori, rassicurati, guidati e nel giusto.
L'autorità assume molte forme e fin dall'infanzia, in cui si è radicata sin dentro ogni angolo di noi stessi attraverso l'esempio, l'obbligo ed il dovere, si muove con accorta ed abile maestria tra la paura, la sottomissione e l'obbedienza. Stiamo continuamente a giudicarci, a confrontarci con gli altri, con il modello, l'eroe; tendiamo continuamente a parlare, a metterci in mostra, a desiderare di essere notati, a raccogliere il sapere addensando con esso l'implicita ignoranza, a volere ad ogni costo sentirsi acclamati, lodati, celebrati, protetti e sostenuti da qualcuno. Cerchiamo l'altro per rifuggire la nostra noia, per misurare la nostra capacità di apparire, per raggiungere un nostro obiettivo, per solleticare la nostra curiosità, per soddisfare un nostro piacere, per elemosinare un poco di importanza e così facendo l'altro diventa una comoda stampella su cui appoggiarci per evitare di avere a che fare con il fatto di noi stessi. Oscilliamo così meccanicamente tra piacere e dolore, tra ricompensa e punizione, tra apparenza, finzione ed ambizione, trascorrendo i giorni che ci rimangono da vivere solamente per morire, senza renderci conto che siamo già finiti ancor prima di esserlo realmente, in quel domani che certamente accadrà.
L'ipocrisia è una brutta faccenda e sia che si sia ricchi, sia che ci si definisca poveri, da ambo le parti c'è una miseria interiore che non conosce davvero limiti quando si ricorre alla commiserazione. Quando ci accorgiamo anche solo per caso di tutto questo squallore, siamo pronti ad indicare sempre l'altro, il sistema, il destino, le avversità, qualcuno, consegnando così la responsabilità di essere umani alla negligenza ed all'incuria di quello che siamo diventati esteriormente, che abbiamo inventato e da cui ci separiamo perché non vogliamo vederne l'orrore interiore di chi l’ha modellato. Abbiamo così costruito un accorto sistema di fughe, un abile meccanismo di viltà ed un astuto stratagemma di inganni, di professioni e di lavori in questa intricata prigione di noi stessi, decorata con tanti quadri, costituita da molte stanze, addobbata anche da qualche finestra, dalla quale pensiamo di poter vedere la verità.
Alla costante ricerca di una identità, in reazione alla necessità di evadere da questo stato angosciante, l'uomo ha stimato il prezzo di questa libertà nel tempo con variegati valori: sacrificio, rinuncia, privazione, tortura, condanna, punizione, voto, promessa, devozione, supplica. Ma scendere a compromessi con sé stessi, imporsi un metodo accettato dalla massa o inventato idealmente, conformarsi ad una pratica per raggiungere qualcosa, indursi l'esercizio per controllarsi e disciplinarsi, addursi l'astinenza per allontanare la distrazione del desiderio o violentarsi con la condanna e la colpa sperando di ricevere la ricompensa dovuta, non è il prezzo della libertà: è piuttosto invece la meschinità dell'uomo che è quella prigione più grande in cui vive da morto pensando di diventare libero con la miseria di poter scambiare o barattare ciò che ha raccolto.
Che cosa ha accumulato sinora l'uomo?
Dolore?
Sofferenza?
Solitudine?
Illusione?
Un uomo davvero libero non appartiene a nessun gruppo, religioso o sociale che sia; non fa parte di nessuna nazione o istituzione; non ha nessuna etichetta o nome; non ha nessuna credenza, tradizione, superstizione o disciplina imposta; non segue un metodo, una ideologia o una particolare fede; non si dichiara essere questo o quello; non prega, implora o adora un dio che ha inventato solo per ottenere; non ha averi o possedimenti in cui identificarsi per essere qualcosa; non ha divisioni, indecisioni, autorità, norme, chiese, regole o doveri che lo condizionano assiduamente. Un uomo che è tutt'uno con la libertà è sano, puro, casto, innocente; non è travolto dal passato, divelto dalla paura, trasandato dalla rispettabilità, inquinato dalla reputazione, lesionato dalla disciplina imposta dalla moralità, invecchiato interiormente dal desiderio e soprattutto stuprato dal piacere.
Un tale individuo è fuori da ogni regola, da ogni imitazione, da qualsiasi schema, pure essendo in un mondo così strano, violento, barbaro, brutale, crudele e finto. Una tale persona è ordinata senza saperlo, è saggia perché impara costantemente da sé stessa, è vuota perché non è assillata dai pensieri di una mente avida, è integra senza volerlo, è accorta senza sceglierlo, è felice senza nessun motivo, è in uno stato di amore sconfinato senza direzioni e senza il limitare illusorio del tempo che intende trattenerlo: questa, è la libertà senza causa alcuna. Ma non c’è alcun prezzo per tutto questo; non c’è metodo, cammino, voto, scambio o sacrificio per diventare liberi: amare senza scelta è libertà, portando con sé quella gioia nel cuore che rende leggeri, innocenti e puri.